CYPRAEIDAE DEL PLIOCENE ITALIANO
Introduzione
Tra le famiglie di gasteropodi piú apprezzate a scopo collezionistico dagli appassionati di tutto il mondo, quella dei Cypraeidae é senza alcun dubbio la piú amata. Senza voler approfondire le ragioni recondite di questa predilezione, argomento che ha giá fatto scorrere fiumi di inchiostro, tra argomentazioni di tipo estetico e considerazioni di carattere psicologico, mi limito ad osservare come sicuramente la grande varietá di colorazioni, unitamente alla superficie perfettamente lucida di queste conchiglie, ne fanno, al di lá dell’interesse scientifico, degli splendidi "oggetti" da collezione.
Verrebbe da domandarsi come mai, anche nel caso degli esemplari fossili nei quali le caratteristiche di colore e lucentezza vengono quasi sempre a mancare, il fascino di queste splendide conchiglie continui ad esercitarsi in modo cosí prepotente da trasformare, come piú volte mi é capitato di osservare in occasione di mostre-scambio ad argomento paleontologico, affermati dirigenti d’azienda o distinti professionisti con l’hobby dei fossili, in veri e propri assatanati, pronti a contendersi, con ogni mezzo, gli esemplari migliori (a questo punto sono sicuro che qualche amico stará pensando di accostarmi alla nutrita schiera).
Il motivo é semplice. Per la maggior parte dei collezionisti "di casa nostra", la ciprea conserva una sorta di fascino "esotico", alimentato dalla constatazione di avere a che fare con organismi quasi del tutto assenti dalla fauna malacologica dei nostri mari. Questo non per ignorare la presenza di alcune specie di cipree nel nostro Mediterraneo, ma per sottolineare come, sicuramente, sia piuttosto infrequente un incontro in natura con un esemplare, ad esempio, di Schilderia achatidea.
Nei giacimenti pliocenici italiani é invece relativamente frequente la possibilitá di imbattersi nel ritrovamento di esemplari di cipree, almeno per le specie piú comuni, ed é sempre un’esperienza entusiasmante per il ricercatore.
Durante il Pliocene, il clima di tipo subtropicale consentiva a numerose famiglie, attualmente caratteristiche di mari caldi, di vivere ad elevate latitudini. In particolare, nel territorio della nostra penisola, la vasta conca che oggi conosciamo col nome di Pianura Padana fu, per tutto il periodo che va da cinque a circa due milioni di anni fa, un ampio bacino marino, collegato ad est con l’Adriatico.
Le coste di questo che possiamo chiamare "Golfo Padano" erano rappresentate a nord e ad ovest dalla cerchia prealpina e a sud dal versante padano dell’Appennino Settentrionale. L’altro versante appenninico si affacciava su un braccio di mare che doveva essere disseminato di un gran numero di isole ed isolette, ciò che rimaneva emerso di quelle che oggi sono le colline toscane. Delle zone di mare, tranquille, calde e poco profonde, con estese formazioni coralline: un ambiente particolarmente adatto alle cipree che, anche se presenti con un numero di specie non molto elevato, formavano delle popolazioni, localizzate magari in aree ristrette ed abbastanza isolate, ma comunque piuttosto numerose.
Ciò può in parte spiegare il fatto che quasi tutte le specie di cipree plioceniche presentino delle piccole differenze a seconda delle diverse zone di provenienza e che certe specie comuni in un determinato luogo, lo siano molto meno in un altro e viceversa, anche se i rispettivi giacimenti distano tra loro poche decine di chilometri.
Descrizione delle specie
Classe: Gastropoda Cuvier, 1797
Ordine: Mesogastropoda Thiele, 1925
Famiglia: Cypraeidae Gray, 1824
Genere: Cypraeovula Gray, 1824
Cypraeovula labrosa (Bonelli, 1826)
Conchiglia globosa, piriforme, estremità anteriore allungata. Base convessa, con labbro esterno sensibilmente marginato, apertura mediamente larga, pressochè rettilinea nella porzione anteriore, con un’ampia curvatura in quella posteriore. Fossula larga, contornata da denticolazioni robuste ed allungate.
Dalla parte labiale queste denticolazioni continuano ad essere ben evidenti e forti, anche se progressivamente meno allungate, fino all’estremità posteriore,mentre sul lato columellare divengono sempre più attenuate fino ad essere appena accennate nella parte posteriore dell’apertura.
Gli esemplari particolarmente ben conservati fanno supporre una colorazione originaria bianca nella regione basale e color grigio-nocciola uniforme sul dorso.
La specie è presente in Italia, sempre piuttosto rara, soprattutto negli affioramenti pliocenici del Piacentino, che offrono gli esemplari più grandi e meglio conservati.
In Piemonte è più comune la varietà parvoastensis Sacco, 1894, che si distingue dalla forma tipica soprattutto per le dimensioni, che sono sempre molto inferiori. Tra le cipree plioceniche italiane è la specie che presenta il campo di variabilità dimensionale più ampio: le misure massime e minime di esemplari completamente formati che ho potuto esaminare sono 60 e 18 millimetri, rilevate rispettivamente su un esemplare proveniente da Diolo in provincia di Piacenza e su di uno della varietà parvoastensis rinvenuto presso Poggibonsi in provincia di Siena.
Forme riconducibili a questa specie, che sembra non sopravvivere oltre il Pliocene, sono già presenti nel Tortoniano (Miocene superiore) piemontese. Il genere Cypraeovula è oggi esclusivo della regione sudafricana.
Genere: Zonaria Jousseaume, 1884
Zonaria porcellus (Brocchi, 1814)
Sacco (1894) elenca diverse varietá di questa specie, differenziandole sulla base di leggere modificazioni nella fisionomia, piú o meno allungata o nella maggior o minor prominenza delle estremitá. Questi diversi caratteri, con le infinite variazioni intermedie tra una forma e l’altra, si riscontrano in maniera pressoché uniforme nelle varie popolazioni che si rinvengono nei diversi giacimenti pliocenici e rispecchiano uno scarso valore tassonomico.

Tra tutte, comunque, una riveste invece un’indubbio significato sistematico: la var. cocconii (Mayer, 1875). Senza voler tornare sull’argomento giá ampiamente sviluppato (Inzani, 1985), voglio far notare come questa forma sia stata erroneamente e ripetutamente riferita in passato a Monetaria brocchii (Deshayes, 1844) del Miocene francese.
La descrizione di Zonaria porcellus é formulata in termini comparativi tra la forma tipica e la var. cocconii.
Conchiglia piriforme, inflata, estremità molto pronunciate, ampio e marginato il canale sifonale, molto aperto e rivolto verso l’alto quello posteriore. Base leggermente convessa, quasi piana. Il profilo laterale è notevolmente gibboso. La callosità basale, molto espansa ed evidente nella var. cocconii, é l’elemento discriminante rispetto alla forma tipica.
Osservando i rapporti larghezza/lunghezza e altezza/lunghezza, notiamo che il secondo, non essendo influenzato dallo sviluppo della callosità basale, è pressochè uguale nelle due forme, mentre il primo è notevolmente maggiore nella varietà cocconii a causa della presenza di tale callosità che, sviluppandosi sui fianchi della conchiglia contribuisce ad allargarne notevolmente la fisionomia.
Il profilo laterale è identico nelle due forme, mentre se le si osserva dalla parte del canale posteriore si può notare che la differenza tra i profili, regolare nella forma tipica, espanso nella var. cocconii, è data soltanto dalla presenza in quest’ultima della callosità basale che si sviluppa sui fianchi della conchiglia. Immaginando di togliere tale callosità, il profilo che ne risulterebbe sarebbe identico a quello della forma tipica. Ciò si può osservare ancora meglio sezionando la conchiglia di un esemplare della var. cocconii lungo un piano trasversale nel punto di massima larghezza. Si nota così che la callosità è prodotta soltanto da un notevole inspessimento del guscio, mentre il profilo interno dell’anfratto è identico nelle due forme. Concludendo si può affermare che l’unica differenza tra le due forme, identiche anche nelle tracce di colorazione, è data dal grado di sviluppo della callosità basale.
Le misure massime e minime della forma tipica sono 57 mm per un’esemplare rinvenuto nel Piacentino e 35 mm per uno proveniente da Certaldo presso Firenze. Per quanto riguarda la var. cocconii, é da citare un esemplare eccezionale di 65 mm di lunghezza proveniente dalla zona di San Giminiano presso Siena che è, a quanto mi risulta, l’esemplare di cipreide più grande rinvenuto nel Pliocene italiano. La misura minima rilevata è di 34 mm ed appartiene ad un esemplare raccolto a Certaldo.
Genere: Schilderia Tomlin, 1930
Schilderia utricolata (Lamarck, 1810)
Conchiglia piriforme, globosa, estremità anteriore acuta, con canale sifonale corto e diritto. Base convessa, apertura stretta a margini paralleli, piuttosto sinuosa. Denticolazione labiale fitta e minuta, ugualmente pronunciata per tutta la larghezza dell’apertura: quella columellare è leggermente attenuata nella regione mediana, mentre all’estremità anteriore le denticolazioni, molto allungate, si spingono in profondità all’interno della fossula. E’ una specie molto variabile, che spazia da forme allungate ad altre marcatamente globose, quasi sferiche, come nella var. nucula (Cocconi, 1873).
Si è molto discusso riguardo alla supposta conspecificità di questa forma con Schilderia achatidea (Sowerby, 1837); alcuni autori applicarono il nome utricolata anche alla forma vivente mentre altri, tra i quali Schilder, la ritennero specie distinta. Pur non volendo entrare nella questione, faccio notare come le due forme siano in effetti estremamente simili. Si può notare che, pur essendo la forma vivente mediamente più grande di quella fossile, i rapporti larghezza/lunghezza e altezza/lunghezza, indicativi della fisionomia della conchiglia sono pressoché identici.
Anche la colorazione, ancora visibile negli esemplari fossili meglio conservati risulta analoga a quella della specie attuale.
S. utricolata è presente in tutti i giacimenti pliocenici italiani, ma in particolar modo in quelli del Piacentino, che offrono gli esemplari più belli e colorati.
Schilderia flavicula (Lamarck, 1810)
Conchiglia subcilindrica, allungata, labbro esterno lievemente marginato, apertura quasi rettilinea, stretta nella parte posteriore, termina anteriormente con una fossula piuttosto ampia. Denticolazioni labiali fitte e regolari, piuttosto corte. Denticolazioni columellari pressochè obliterate nella regione posteriore, poco pronunciate anche anteriormente, comunque più marcate all’interno della fossula.
La colorazione è in alcuni esemplari quasi uniforme, chiara sulla base, più scura sul dorso, in altri si nota una leggera macchiettatura bruno rossiccia nella regione dorsale. E’ quasi sempre presente una piccola macchia scura in prossimità della spira mentre in alcuni rari esemplari si intravede la linea dorsale.
La specie è particolarmente comune in Toscana e Piemonte, meno frequente, se non decisamente rara, in Emilia.
Le misure massime e minime rilevate sono rispettivamente 47,5 mm e 24 mm ed appartengono ad esemplari provenienti da Valleandona in provincia di Asti.
Genere: Luria Jousseaume, 1884
Luria substolida (Sacco, 1894)
Questa specie rappresenta una piacevole "riscoperta" per il Pliocene italiano, operata una decina d’anni fa insieme all’amico Claudio Bertarelli, appassionato e competente naturalista modenese, che ci consentí di segnalare il genere Luria per la prima volta nel Pliocene italiano.
In molte collezioni, private e non, la forma é stata da sempre catalogata (a volte in modo dubitativo) erroneamente come Schilderia flavicula (Lamarck, 1810), alla quale si puó accostare per fisionomia generale, ma che ad un attento esame ne differisce in modo evidente per numerosi caratteri.
Con la scoperta in un limitato numero di affioramenti pliocenici toscani della zona compresa tra San Giminiano, Colle Val d’Elsa e Poggibonsi, di alcuni esemplari particolarmente ben conservati, si é potuto risolvere definitivamente il dilemma dell’attribuzione generica e, quasi contemporaneamente, anche di quella specifica. Nell’affannosa ricerca volta a dare un nome a quella che a prima vista appariva come una specie nuova, esaminando la collezione storica Bellardi e Sacco conservata a Torino, ci imbattemmo in un esemplare proveniente dai calanchi di Rio Torsero presso Albenga, dubitativamente descritto da Sacco come Zonaria flavicula var. substolida.
L’autore intuí di essere in presenza di una forma non ancora descritta, ma non si azzardó, come dice testualmente (Sacco, 1894), ad istituire una nuova specie su di un esemplare unico.
La constatazione della perfetta identitá dell’esemplare di Rio Torsero con quelli toscani consentí di elevare a rango specifico la forma di Sacco.
Data la giá accennata presenza in numerose collezioni di esemplari di questa specie classificati come Schilderia flavicula, la descrizione della specie é seguita da una trattazione comparativa rispetto a quest’ultima (anche se dal punto di vista del rigore scientifico non ha molto senso confrontare specie appartenenti a due generi diversi): ció per sottolineare i caratteri inconfondibili che distinguono le due specie.
Conchiglia globosa, tendente a subcilindrica in alcuni esemplari; estremità prominenti, pronunciato e nettamente marginato il canale sifonale. Base convessa, callosità basale marcata e ben distinta nelle regioni laterali dal resto della conchiglia. In alcuni esemplari giovanili la spira rimane visibile, negli altri è leggermente mascherata dalla callosità che la ricopre.
Apertura relativamente stretta e piuttosto sinuosa, denticolazioni labiali fitte e ravvicinate, leggermente allungate; denticolazioni columellari poco meno profonde di quelle labiali ma ugualmente fitte e più allungate, persistenti e ben marcate per tutta la lunghezza dell’apertura. Il loro numero è piuttosto variabile e va da un minimo di 30 ad un massimo di 38 per quelle labiali, da 28 a 35 per quelle columellari. Fossula piuttosto stretta e profonda, recante sul margine interno una serie di 6-7 denti molto marcati e profondi.
Alcuni esemplari mostrano resti della colorazione originaria rappresentati da una coppia di macchie brunastre disposte sull’estremità anteriore in posizione simmetrica rispetto all’asse del canale sifonale, nonchè tracce di analoghe macchie all’estremità posteriore in prossimità della spira.
Passando a considerazioni morfologiche comparative, possiamo notare come il rapporto larghezza/lunghezza, non si discosti molto in Luria substolida da quello medio di Schilderia flavicula, pur essendone comunque leggermente superiore. Si registra invece una netta differenza nel parametro altezza/lunghezza, che è significativamente superiore a quello di Schilderia flavicula. Le misurazioni effettuate direttamente sugli esemplari (Inzani e Bertarelli, 1986) confermano l’impressione che a prima vista si ha di una maggior gibbosità di Luria substolida rispetto a Schilderia flavicula.
D’altra parte è pure evidente che la sezione di massima altezza è in Luria substolida molto più avanzata e così pure la sezione di larghezza massima, che si trova mediamente a circa metà lunghezza della conchiglia, mentre in Schilderia flavicula cade alla distanza di due terzi della lunghezza totale dall’estremità anteriore. Ciò contribuisce a dare un aspetto più globoso alla fisionomia generale di Luria substolida, rispetto a Schilderia flavicula.
Le due estremità si presentano più sporgenti e pronunciate, specialmente la parte labiale del canale sifonale; la base mostra dalla parte del labbro esterno una callosità nettamente separata dal fianco, molto più evidente, sporgente e continua rispetto a quella di Schilderia flavicula, che è appena accennata verso le estremità e diventa pressochè impercettibile nella regione mediana. L’apertura si presenta proporzionalmente più stretta ed ha andamento più sinuoso. La denticolazione labiale è molto fitta, con denti più numerosi, ravvicinati ed allungati. Anche quella columellare è marcatamente più fitta rispetto a quella di Schilderia flavicula, i denti sono allungati anzichè quasi puntiformi e continuano ad essere ben distinti e sviluppati anche nella regione mediana e posteriore dell’apertura, presentando in ciò una netta differenza rispetto a Schilderia flavicula che mostra una denticolazione columellare pressochè obliterata. La fossula è più stretta e reca sul margine interno una serie di 6-7 denti molto più evidenti marcati e profondi. Sono proprio le caratteristiche dell’apertura, come già indicato, che permettono di distinguere facilmente e con sicurezza questa specie da Schilderia flavicula.
Per quanto riguarda possibili confronti tra Luria substolida e le specie attuali possiamo notare come la specie di Sacco differisca in modo abbastanza evidente da Luria lurida (Linneo, 1758), specie tipo ed unica rappresentante di questo genere nel Mediterraneo, ove d’altra parte si è introdotta in tempi piuttosto recenti. Otre che per le dimensioni mediamente inferiori, rispetto a Luria lurida essa si differenzia per i caratteri della denticolazione che nella specie attuale è piuttosto rada e robusta e per l’apertura che è sempre piuttosto larga. L’aspetto generale della regione dorsale è invece simile nelle due forme.
Più somigliante appare invece a Luria pulchra (Gray, 1824) che attualmente si rinviene da Suez lungo tutto il Mar Rosso fino al Golfo di Oman e presenta numerose analogie di fisionomia generale con Luria lurida ma ne differisce per i caratteri dell’apertura che presenta una denticolazione sottile, avvicinandosi in ciò a Luria substolida.
Bibliografia
Illustrazioni